Un piccolo report di Diego Giachetti

Il ’69 a Salerno cinquant’anni dopo

Il 12 aprile ho partecipato a un interessante dibattito sul ’69 operaio a Salerno e in Italia, promosso dall’Associazione Memoria in Movimento che ha voluto cogliere la “palla al balzo” per ricordare il ciclo di lotte operaie di cinquant’anni fa. Termini come ’69 operaio e autunno caldo sono ormai entrati a far parte della storia del movimento operaio e delle lotte sindacali in Italia, tuttavia, alcune precisazioni sono necessarie.
In primo luogo, il ’69 operaio non è da intendersi, come spesso è stato fatto e si fa disinvoltamente, in contrapposizione al ’68 studentesco. Non sono eventi separati, è più corretto parlare di un biennio nel quale le lotte studentesche si coniugano con quelle operaie. L’incontro tra movimento operaio e studentesco non è un dato scontato nella storia del secolo scorso, anzi è un’eccezione. Non era abitudine che i giovani studenti si schierassero dalla parte dei lavoratori, come invece avvenne nel corso di quello che è stato definito a volte come il secondo biennio rosso, in riferimento al primo del 1919-20, anche se l’esito di quella seconda volta fu diverso: non venne la reazione fascista, ma si aprì un periodo di consolidamento della forza strutturale, sindacale e politica del movimento dei lavoratori che spinse le riforme che si ebbero negli anni Settanta. Infatti, l’autunno del 1969 non si risolse solo nella firma di contratti di lavoro decisamente favorevoli ai lavoratori, che ottennero aumenti salariali eguali per tutti, la settimana lavorativa di quaranta ore, l’aumento dei giorni di ferie, il diritto di assemblea in fabbrica. Segnò l’inizio di una nuova organizzazione dei lavoratori e dei sindacati in fabbrica. Con l’elezione diretta da parte dell’assemblea di officina dei delegati, che andavano a formare quello che si chiamò il consiglio di fabbrica, nacque il sindacato dei consigli e, forte di questa esperienza, si fondò la Federazione dei lavoratori metalmeccanici (FLM), un’organizzazione trasversale di tutti gli operi metallurgici.
Si trattò di un processo di rinnovamento del sindacato e ridefinizione delle regole industriali che governavano l’impresa entro le quali, lavoratori e sindacati, ebbero un ruolo che prima non avevano, che inizialmente incontrò resistenze nelle gerarchie sindacali, nel Partito comunista italiano e, per ragioni opposte, in alcuni gruppi dell’appena nata nuova sinistra extraparlamentare. L’effetto dell’autunno caldo si riverberò sul piano politico con l’approvazione da parte del Parlamento dello Statuto dei lavoratori e con una maggiore esposizione politica dei sindacati stessi, che finirono coll’invadere, coi loro progetti e programmi di riforma economico-sociale, il campo tradizionalmente occupato dai partiti.  In secondo luogo, il ciclo di lotte dell’autunno caldo italiano si inserì in una dimensione internazionale facendone, come per il magnificato ’68, un evento sovranazionale. I dati relativi alla conflittualità evidenziano un picco di sincronia delle lotte nel quinquennio 1968- 1973, in molti paesi: Stati Uniti, Irlanda, Canada, Australia, Giappone, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Finlandia, Nuova Zelanda, Danimarca, Norvegia, Olanda, Germania Occidentale, Svezia, Svizzera, Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia, India, Cile, Perù, Argentina, Marocco, Kenia, Zambia, Ghana, Uganda, Nigeria.
Fu la classe operaia manifatturiera che apportò il maggior contributo al ciclo di ascesa delle lotte in quel quinquennio. In particolare, fu l’industria automobilistica ad essere interessata da numerose mobilitazioni dei lavoratori. Quelle onde di contestazione e di protesta operaia avevano caratteristiche simili. Si scatenarono all’improvviso e con forza imprevista e ottennero rapidamente dei risultati; adottarono forme non convenzionali di protesta, tipica l’azione diretta, gli “scioperi strategici”; esse assunsero un significato politico che andava oltre la contrattazione sindacale e furono il prodotto di mutamenti strutturali profondi. Il boom economico del secondo dopoguerra aveva fatto crescere di numero gli addetti all’industria, aveva richiamato da altri settori produttivi, soprattutto quello primario, forza lavoro concentrandola nelle città. Aveva soddisfatto il crescente
bisogno di manodopera a buon mercato innescando processi migratori di lavoratori, interni ed esterni ai paesi industrializzati.
Il lavoratore immigrato e l’ex contadino inurbato erano figure operaie nuove che affiancavano quella tradizionale dell’operaio autoctono, dando vita a una relazione non sempre facile, che inizialmente divise i lavoratori. Parallelamente a questo processo si ebbe un rinnovamento generazionale dei lavoratori addetti all’industria. Ciò favori l’emergere di un conflitto tra generazioni operaie all’interno delle fabbriche che riguardò obiettivi rivendicativi, modalità di lotta e diversi stili di vita. Il conflitto di classe spesso si confuse col conflitto generazionale. I giovani lavoratori erano più simili ai loro coetanei che non ai membri anziani della classe operaia. Molti di questi giovani operai dequalificati erano immigrati e sul luogo di lavoro vivevano una contraddizione duplice: erano giovani, quindi con esigenze diverse dagli adulti, erano e si sentivano discriminati linguisticamente e socialmente dagli operai autoctoni. Le loro esperienze di lotta di classe, le relative delusioni e sconfitte subite e le rispettive forme di organizzazione erano diverse da quelle vissute dagli operai del luogo e non si sentivano per nulla riscattati dal lavoro che svolgevano, né integrati nella nuova società. Fu questo strato della classe lavoratrice che connotò quel ciclo di protesta caratterizzato da una scarsa disciplina sindacale, dall’insofferenza per il lavoro, per le regole del conflitto negoziale tra sindacato e padroni, per l’ostilità e la ribellione verso la gerarchia aziendale. La maggior parte dei nuovi lavoratori assunti, data la massificazione del lavoro, introdotta e diffusa dal fordismo, si trovò ad eseguire lavori di bassa e scarsa qualificazione. Ciò condizionò il loro atteggiamento verso il lavoro e la fabbrica e li “oppose” in parte alla mentalità e alla modalità di concepire la propria funzione sociale, tipica dell’operaio di mestiere. Erano operai comuni o massa, per dirla con la parola degli operaisti italiani.
Un’influenza notevole suoi comportamenti di questa nuova generazione operaia e sulle loro rivendicazioni l’ebbe la cosiddetta società dei consumi, con le sue lusinghe, a cominciare dalla valorizzazione del tempo libero, di consumo, rispetto al tempo di lavoro.
Nell’immediato le lusinghe, le promesse del consumismo cozzarono contro tre impedimenti: i bassi salari, l’orario di lavoro troppo lungo, i pochi giorni di ferie che scatenarono lotte, anche dure, per ottenere, “tutto e subito”, come si diceva e si scriveva sui cartelli e cioè, secondo un sintetico slogan dell’epoca: “più salario, meno orario”.
Ciò detto, e per concludere, mi preme sottolineare una cosa importante che ho imparato dal confronto salernitano. Le lotte operaie di quel momento vanno considerate e analizzate anche nella loro dimensione geografica nazionale, nei luoghi dove esse avvennero, per coglierne caratteristiche e specificità. In questo senso sul ’69 operaio la storia e la storiografia devono ancora lavorare a fondo, devono andare oltre l’attenzione posta sulle lotte che si sono sviluppate nei grandi centri industriali del settentrione e produrre ricerche e riflessione che traccino un quadro complessivo delle lotte, insomma che riscoprano e narrino quello che già uno slogan del tempo diceva: “Nord-Sud, uniti nella lotta”. Quelle lotte, spinte dalle trasformazioni economiche e sociali che le avevano precedute, unificarono la popolazione italiana, favorirono la fusione delle classi sociali subalterne, che divennero protagoniste attive della storia sociale e politica del Paese.
Anche questo non è cosa da poco in un paese dove i cambiamenti, a cominciare dal processo di unità nazionale, erano avvenuti ad opera di minoranze di classe dominante con scarsa o nessuna partecipazione popolare.

Diego Giachetti