Quotidiano del Sud 6/5/2020

Quotidiano del Sud del 6/5/2020.

Articolo di Vittorio Salemme

 

Mario Garuglieri, la scuola di partito nella bottega del calzolaio. 

 

      In questi due mesi di soggiorno obbligato in casa, al quale siamo stati costretti per fronteggiare il contagio da coronavirus,  si è parlato spesso di “confino”, richiamando la nostra attenzione su questo genere di provvedimento punitivo, oggi non più esistente nel nostro ordinamento giuridico, ma che, invece,  è stato ampiamente utilizzato durante il regime fascista per reprimere il dissenso.
     Come è noto, Mussolini decise di far applicare agli avversari politici del fascismo questa sorta di pena accessoria al termine del periodo di detenzione al quale erano stati condannati, anche se,  in realtà, molto di frequente il confino fu assegnato direttamente, anche nei casi in cui non ricorrevano gli estremi per una pena carceraria.
     Oltre alle isole (Tremiti, Ustica, Ponza, Ventotene, Santo Stefano) venivano di norma individuate, come sedi di confino, piccoli comuni dell’entroterra, di norma lontani dalle grandi vie di comunicazione. Queste località dovevano soprattutto essere molto lontane dai luoghi di origine e di domicilio dei confinati, in modo da impedire loro contatti e collegamenti che potessero indurli a proseguire, anche in maniera clandestina, qualsiasi attività contro il regime.
     In precedenti articoli, pubblicati di recente su questo giornale, è  ricorso più volte il nome della città di Eboli, come sede di confino prescelta dall’Autorità in numerose occasioni. Al dire il vero, anche altre località della provincia di Salerno sono state utilizzate per questo scopo. Basti ricordare, tra queste, Sala Consilina, Agropoli, Polla, Campagna, Vallo della Lucania, Baronissi.
     Ad Eboli, comunque, nel giro di pochi anni, sono stati confinati 30 persone, tra i quali anche una donna (Battaini Giovanna, di Milano, di professione segretaria privata). Ben 29 di questi sono stati inviati ad Eboli dopo il 1937 e soltanto uno  (Ciani Adolfo, di Mirabella Eclano) è stato ad Eboli per meno di un anno, nel 1932. Per quanto riguarda la qualificazione politica dei confinati di Eboli,  gli atti di polizia usano molto spesso  il termine generico di “antifascista” e soltanto per 8 di essi esiste una precisa  indicazione: “comunista”.
     Tra questi, negli atti del PCI del dopoguerra vengono citati i nomi di Elvezio Pennazza e di Eugenio Baldassarri, ma il nome che, in proposito, viene maggiormente ricordato è quello di Mario Garuglieri, un calzolaio fiorentino (“calzaiuolo stilista” come lo ha definito Abdon Alinovi) che, nel 1933, dopo aver scontato 12 anni di carcere, fu inviato al confino, per 5 anni ad Agropoli, e nel 1938, dopo un’ulteriore condanna, fu assegnato ad Eboli. 
      Nato a Firenze nel 1893, Garuglieri aderì da giovanissimo al partito socialista, partecipando attivamente alla vita politica locale. Antinterventista convinto, subì anche alcune condanne per propaganda antimilitarista e diserzione, avvenuta nel corso della prima guerra mondiale.
      Nel 1921 fu coinvolto in una vicenda che gli costò una condanna ad oltre 21 anni di carcere: nel mese di febbraio a Firenze i fascisti irruppero nella sede del sindacato ferrovieri e uccisero a colpi di pistola Spartaco Lavagnini, intento a correggere le bozze del settimanale “Azione comunista”. Alle successive manifestazioni di protesta per quel “delitto politico” partecipò anche Mario Garuglieri, al quale, tra l’altro, era stato affidato il compito di proseguire la pubblicazione di quel giornale. Probabilmente, anche per questo suo nuovo incarico, nel mese di luglio di quello stesso anno Garuglieri subì la “visita punitiva”  nella sua bottega di calzolaio, da parte di quattro fascisti armati di manganello e, qualcuno di essi, anche di pistola. Seguì una colluttazione nel corso della quale Garuglieri, armato solo di un suo trincetto da calzolaio, cadde a terra insieme ad un paio dei suoi aggressori, ma, all’improvviso, partì un colpo di pistola che ferì gravemente uno di essi, il conte Annibale Foscari, poi deceduto. Ne seguì una lunga vicenda giudiziaria che si concluse nell’ottobre 1924 dinanzi alla Corte d’Assise di Arezzo che condannò Garuglieri per omicidio   a 21 anni e 6 mesi di carcere. Per concludere su questo argomento, è necessario aggiungere che nel 1947,  in sede di ricorso in appello, Garuglieri fu prosciolto, avendo uno dei suoi aggressori, tal Cimini Amedeo, dichiarato che “sicuramente a sparare non era stato Garuglieri”.
     Ma torniamo al confinato giunto ad  Eboli nel 1938. Qui, per mantenersi, Garuglieri aveva aperto una piccola bottega di calzolaio che, nel giro di breve tempo, conquistò un discreto successo.  Questo luogo, come ricorda Abdon Alinovi, nel suo libro “Rosso pompeiano” pubblicato nel 2015, divenne in breve tempo un cenacolo clandestino di formazione politica. E’ da evidenziare che, nel corso del suo lungo soggiorno carcerario, Garuglieri aveva avuto modo di studiare ed approfondire non soltanto i testi classici del marxismo ma anche libri di storia e di economia. Durante gli anni di detenzione trascorsi, dal 1925 al 1929 prima a Pianosa e poi a Portolongone,  Garuglieri contrasse anche la tubercolosi e le sue condizioni di salute si aggravarono al punto che riuscì ad essere trasferito soltanto grazie ad una campagna internazionale di stampa promossa dal giornale comunista francese “Humanitè”. Infatti, il 28 agosto 1929 venne pubblicato un servizio così intitolato “Nelle prigioni italiane il fascismo uccide i prigionieri politici. Mario Garuglieri in pericolo di morte”. Qualche settimana dopo, il 15 settembre 1929, anche sul n. 21 della rivista “Prometeo”, fondata nel 1924 da Amedeo Bordiga, fu lanciato un appello: “Salviamo Mario Garuglieri”. A questo punto, ad evitare che venisse montato  “un caso” internazionale, le autorità fasciste decisero il suo trasferimento prima a Lecce, per breve tempo, e, poi a Turi, nel carcere che già da un paio d’anni ospitava Antonio Gramsci.  Qui, come ha raccontato C. Bermani, in un articolo del 1991, Garuglieri oltre a seguire gli insegnamenti di Gramsci ne divenne anche “il difensore fisico”.
     E’ giusto evidenziare che alla scuola clandestina di partito, creata  da Garuglieri ad Eboli, nella sua bottega di calzolaio, si formò un consistente nucleo di futuri dirigenti del PCI salernitano. Infatti, nel corso degli anni successivi, molti dei suoi allievi hanno raggiunto traguardi politici di  grande rilievo: basti pensare che Abdon Alinovi è stato eletto due volte consigliere regionale e quattro volte deputato (negli anni ’80 è stato anche presidente della commissione parlamentare antimafia) oltre ad aver ricoperto importanti incarichi di partito quale segretario regionale e componente della direzione centrale, Giuseppe Vignola è stato eletto due volte deputato ed una volta senatore, oltre ad essere stato segretario regionale e segretario confederale nazionale della CGIL, Giovanni Perrotta è stato segretario provinciale del PCI e due volte consigliere regionale, Antonio Cassese è stato a lungo sindaco di Eboli ed eletto senatore  nella IV legislatura, Angelo Jacazzi, poi dirigente del PCI a Caserta, è stato eletto tre volte deputato, Giuseppe Manzione è stato sindaco di Eboli e più volte consigliere provinciale. A questi bisogna aggiungere Giovanni Naponiello , Vincenzo Aita e le sorelle Irma e Rosa Barbato, che nel 1942 furono arrestate dall’OVRA per possesso di materiale propagandistico antifascista.
     Dopo la liberazione, Mario Garuglieri fu uno dei più attivi protagonisti della ripresa del PCI a Salerno. A fine gennaio 1944, partecipò insieme a Vincenzo Maurino ed Eugenio Baldassarri al congresso dei CLN svoltosi a Bari. Con Ludovico Sicignano di Scafati rappresentò a Napoli i comunisti salernitani al consiglio nazionale del PCI del 30 marzo nel corso del quale Togliatti espose le motivazioni della cd “svolta di Salerno”. Pochi giorni dopo, fu nominato segretario del comitato provinciale per la riorganizzazione del partito, dopo lo scioglimento della federazione guidata dal dissenziente Ippolito Ceriello. Nel corso del congresso provinciale , svoltosi il 27 e 28 agosto 1944, fu il relatore principale, riferendo sull’organizzazione del partito e sulle prospettive di azione dei comunisti in provincia di Salerno. Benchè eletto nel nuovo Comitato Federale, annunziò la sua intenzione di rientrare a Firenze, liberata da poche settimane. Anche nel capoluogo toscano, dopo esserne stato lontano per oltre 20 anni, continuò il suo impegno di militante comunista. Tra l’altro, sulla rivista “Società” n. 7/8 del 1946 apparve un suo apprezzato articolo  intitolato “Ricordo di Gramsci”. Scomparve nel 1953.
     Da alcuni anni il Comune di Eboli ha intitolato una via a Mario Garuglieri.
               
                                                                                         Vittorio  Salemme