quotidiano del sud

Per i dieci anni dalla scomparsa di Giuseppe Amarante e Tommaso Biamonte

(articolo pubblicato dal Quotidiano del Sud del 01/09/2020)

 

Sono trascorsi ormai dieci anni dalla scomparsa, il 21 agosto, di Giuseppe Amarante e il 28 agosto, di Tommaso Biamonte.
Con Peppino e Tommaso sono scomparsi i testimoni di una vita intera di appassionata militanza vissuta con straordinaria intensità nel Partito Comunista, due protagonisti di un pezzo di storia dell’antifascismo e della lotta del movimento popolare e democratico salernitano e meridionale.
Giuseppe Amarante è stato un uomo politico di valore, un sindacalista combattivo, onesto, rispettato, un uomo di forte cultura e curiosità intellettuale, un acuto giornalista, uno storico attento.
I suoi genitori, antifascisti, sono iscritti al Pci dal 1921. Ragazzetto, in piena dittatura, organizza un gruppo di propaganda antifascista. Nel 1944 si iscrive al PCI. Dal 1953 al 1956 è segretario della Federazione Giovanile Comunista. E’ segretario della Camera del Lavoro dal 1963 al 1970. Dirige le lotte operaie nel ’68-’69, firma il primo contratto integrativo alla Pennitalia, fabbrica simbolo della lotta operaia nel salernitano, organizza i lavoratori nelle battaglie per le opere di civiltà e per le riforme, lavora per la costituzione del Consorzio di Trasporto pubblico, sostiene la lotta dei lavoratori delle Manifatture Cotoniere Meridionali contro i licenziamenti e per la difesa delle fabbriche, è attivissimo nelle battaglie democratiche e civili della cultura salernitana e per la ricostruzione dopo il disastroso terremoto del 1980, afferma nei luoghi di lavoro il moderno sindacato dei diritti e della contrattazione.
E’stato consigliere comunale a Salerno e consigliere provinciale. Nel 1970 è eletto con Giovanni Perrotta nel primo Consiglio Regionale della Campania. E’ stato segretario della Federazione del Pci. Nel 1976 e nel 1979 è eletto alla Camera dei Deputati.
Tommaso Biamonte nel 1940 è un giovane avanguardista, esalta la guerra e simpatizza per il Duce. Il dramma della guerra lo spinge a “ricercare sè” e dopo l’armistizio dell’8 settembre, partecipa alla guerra di liberazione in Piemonte e prende la tessera del PCI.
A Salerno incontra Pietro Amendola, a cui rimarrà sempre legato, e comincia la sua militanza nel Partito.
Il suo straordinario attivismo lo porta a fare azione politica tra la gente comune in tutti i comuni della provincia, lasciando sempre forte il segno del suo impegno, della sua umanità, della sua generosità. Dal 1952 al 1963 è nel Consiglio Comunale di Salerno, dal 1968 al 1979, per tre legislature è deputato, e, nel 1973 è sindaco di Amalfi. E’stato presidente provinciale della Lega delle Autonomie Locali e dell’Anpi.
La sua prima elezione alla Camera è dovuta non, come si usava nel partito del centralismo democratico, alla decisione degli organismi dirigenti ma al forte
consenso elettorale che aveva saputo radicare intorno a sé, molto presente sui problemi concreti, attento ai bisogni quotidiani delle persone comuni.
Tommaso Biamonte, dirigente politico scomodo, indipendente e ribelle, ha legato il suo impegno nelle piazze e in Parlamento all’organizzazione dei braccianti e dei contadini poveri nell’occupazione delle terre e al sostegno delle cooperative agricole, allo sviluppo e alla riqualificazione dell’Ospedale Umberto I° di Nocera Inferiore, al sostegno alle lotte dei lavoratori ed, in particolare, degli operai conservieri dell’Agro Nocerino, alla battaglia per impedire la chiusura del tabacchificio di Battipaglia. Uomini di Partito e uomini di popolo, Amarante e Biamonte si sono sempre definiti “riformisti”, legati dalla comune militanza nell’ala meridionalista del Pci.
Peppino e Tommaso hanno avuto buone frequentazioni: Giorgio e Pietro Amendola, Mario Alicata, Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte e Cecchino Cacciatore, ed ancora lo straordinario gruppo di intellettuali marxisti, del pensiero crociano, liberale, cattolico che ruotava intorno alla Libreria Macchiaroli: Leopoldo Cassese, Roberto Volpe, Antonio Castaldi, Aldo Falivena, Italo Gallo, Tullio Lenza, Filiberto Menna, Pasquale Villani, Pina Boggi, Roberto Visconti, a testimonianza di un Partito capace di una formidabile mediazione intellettuale, che ha forgiato l’identità dei suoi dirigenti.
Ma hanno avuto anche “buoni maestri”: combattivi dirigenti sindacali, e operai, modesti ed intelligenti e braccianti e contadini umili e dignitosi, protagonisti di grandi lotte in città, nella Piana del Sele, nell’Agro Nocerino.
Peppino e Tommaso hanno militato in un Partito, intellettuale collettivo moralmente solido, in una comunità politica e umana unita e solidale, certo fatta di ambizioni, di conflitti, di colpi bassi, ma in cui prevaleva il senso e il coinvolgimento in una scelta comune, sperimentando per decenni che nel Pci si poteva convivere politicamente e confliggere senza farsi troppo male.
Tommaso amava mostrare il libro di Amarante “I congressi dei comunisti salernitani, 1921- 1972” e l’affettuosa dedica di Peppino ”A Tommaso, nel ricordo della comune appassionata milizia nel Pci, nella quale i contrasti politici non hanno mai cancellato fraternità e amicizia”.
Ma, con l’avvicinarsi delle elezioni politiche del 1968, le divisioni che avevano attraversato il Partito di inaspriscono, fino a diventare profonda frattura: si trattava di procedere alla ricostruzione e al rinnovamento del gruppo dirigente intorno a Gaetano Di Marino, che veniva proposto come candidato alla Camera, e alla contestuale emarginazione di Pietro Amendola e dei compagni a lui vicini, ai quali si rimproverava una propensione alle pratiche clientelari.
Da una parte Amarante, Pino Lanocita e Giovanni Perrotta, Antonio Sorgente, dall’altra Biamonte, Feliciano Granati, Giovanni Fenio, Mario Rainone, Carmine Botta, Michele Braca.
In questo scontro, nel quale si erano manifestati episodi di malcostume, di indisciplina e, perfino, di aperta ribellione, pesò, e molto, l’orientamento di Abdon
Alinovi, dal carattere severo e ruvido, educato alla intransigente disciplina del Partito di Togliatti e Garuglieri.
La direzione del Pci inviò a Salerno Bruno Bertini, un operaio genovese, partigiano, per ricucire, da segretario della Federazione, gli strappi.
In una drammatica riunione del Comitato Federale anch’io mi schierai sul fronte del rinnovamento con Giuseppe Colasante e Renato Peduto, compagni carissimi, che mi avevano preceduto alla Direzione della FGCI.
A tarda sera si votò perché ormai non c’era più spazio per la mediazione, né si poteva tornare sui passi fatti: 44 contro 41, una maggioranza risicata, ma il confronto sulle candidature fu vinto.
Tuttavia, lo scontro politico divenne sempre più esplicito ed aspro, per avere un suo drammatico esito con l’abbandono doloroso del Partito di tanti compagni con i quali mi ero scontrato ma che sentivo, tuttavia, come parte della mia comunità.
Tommaso accettò le “regole” e restò nel Partito; degli altri, un gruppo tentò un approccio con la formazione de “Il manifesto”, altri si dispersero nel Psi e nel Psdi o si rinchiusero a vita privata, altri ancora, ritornarono nel Partito.
A Bertini, nel 1970, succede alla guida del Pci salernitano, proprio Peppino Amarante.
Come troppo spesso avveniva nel Pci, il prezzo più alto dello scontro politico veniva pagato dai compagni che maggiormente si erano esposti. Colasante fu proposto per “un’esperienza di “massa” alla direzione della Federbraccianti. Più in là, toccò a me e a Peduto lasciare il Partito e passare in Cgil, io nel Sindacato dei chimici e Renato in quello degli alimentaristi.
Amarante è stato un dirigente moderno, aperto alla innovazione e al cambiamento: soprattutto con lui, e prima ancora con Giovanni Perrotta, valoroso dirigente nato nello straordinario gruppo di militanti ebolitani, e con Bruno Bertini e, poi, con Franco Fichera, sono entrati nel Comitato Federale del Partito e alla direzione di importanti categorie della Cgil tanti giovani e tanti lavoratori tra i quali Umberto Apicella, io stesso, Elio Barba, Tonia Cardinale, Giuseppe Colasante, Adolfo Criscuoli, Francesco D’Acunto, Lilly De Felice, Rocco Di Blasi, Francesco Di Geronimo, Gennaro Donnarumma, Giuseppe Fummo, Luigi Giordano, Vincenzo Giordano, Eufrasia Lepore, Piero Lucia, Ivonne Lupinelli, Gaetano Maiorano, Salvatore Milingi, Vito Monaco, Giancarlo Montalto, Roberto Oricchio, Renato Peduto, Alberto Pesce, Angelo Petillo, Rocco Pierri, Arturo Piscopo, Nino Rinaldi, Nello Rossi, Eliodoro Ruggiero, Ernesto Sabatella, Isaia Sales, Michele Santoro, Carmine Simone, Mario Tarallo, Angelo Verrillo, Orlando Vitolo.
Amarante è stato uno spirito laico, aperto, senza preconcetti, ma mai arrendevole nelle sue convinzioni, coltivate con grande onestà intellettuale.
Conclusa l’esperienza di direzione della Cgil di Giuliano Baiocchi, Amarante, contraddicendo la diversa opinione di Alinovi, avanzò la proposta di Claudio Milite, che a Salerno godeva di ampi consensi, tra cui il mio, e Alinovi fu costretto a fare il passo indietro.
Chiusa l’esperienza di Amarante alla Segreteria della Federazione, Alinovi fece valere l’autorità che gli derivava dall’essere membro della Direzione e Segretario regionale e propose, senza alcuna consultazione e il necessario coinvolgimento del Comitato Federale, che fosse Franco Fichera a sostituire Peppino: Fichera fu eletto segretario, pur tra molti contrasti.
In una pausa della riunione del Comitato Federale, Alinovi, ben conoscendo l’orientamento negativo mio e quello dei giovani comunisti, mi chiese di votare a favore di Fichera. Motivai il mio dissenso, ma, dopo un confronto molto teso, Alinovi troncò la discussione, manifestandomi tutta la sua disapprovazione. Uscii dall’incontro molto turbato: avevo sempre rispettato l’opinione dei membri della Direzione del partito, ed era questa una cifra distintiva della mia militanza. Decisi di astenermi. E mai avrei pensato che per quel voto di astensione avrei pagato, qualche anno dopo, un pesante prezzo che sarebbe stato riscosso proprio da Abdon.
Appoggiai, tuttavia, nei mesi seguenti la direzione di Fichera, che segnò positivamente il percorso del Partito verso il rinnovamento della sua organizzazione e verso un suo più radicato insediamento, conquistandosi la stima e l’apprezzamento unitario delle altre forze politiche.
Fichera, tuttavia, pagò la sua autonomia e fu presto rimosso. Al termine della discussione in Comitato Federale, Alinovi si alzò e disse “Le cose sono chiare, le posizioni espresse. Alzi la mano chi approva la destituzione del segretario Franco Fichera”. Proprio così, la “destituzione”!. Nel dibattito, mi schierai a fianco di Fichera, che, naturalmente, fu sollevato dall’incarico. Il PCI perse Fichera che, buon per lui, continuò con successo i suoi studi, approdando rapidamente alla cattedra universitaria.
Intanto anche Claudio Milite aveva concluso la sua esperienza di direzione alla Camera del Lavoro: bisognava eleggere i sostituti di Claudio e Fichera.
Milite, Gildo Ciafone, Peppe Martino e Plinio Caggiano, segretari confederali della Cgil, proposero la mia candidatura.
A quel tempo, era fortissima la cinghia di trasmissione che legava la Cgil e la componente comunista al PCI: Alinovi non mi ritenne sufficientemente maturo o affidabile per la direzione della Camera del Lavoro.
Iniziò la fase che fu definita del “commissariamento” del partito e della CGIL. Da Napoli arrivarono Paolo Nicchia a dirigere la Federazione e Giovanni Zeno a dirigere la Camera del Lavoro. Con Nicchia entrano nella direzione del Partito Vincenzo De Luca, Vincenzo Aita, Sabatino Mottola, Franco Siani, Mario Trifone.
Nel dibattito che anima il Pci dopo la svolta di Occhetto della Bolognina, Amarante è una voce fuori dal coro: non condivide lo snaturamento del Pci nel Partito Democratico della Sinistra, viene progressivamente emarginato, rompe con la militanza attiva e si rifugia nella ricerca storica. Al suo prezioso lavoro si devono le più complete ricostruzioni della storia del Pci, del movimento operaio salernitano e del Primo Maggio. Alla passione civile e politica di Maria Teresa Volpe e al suo amore per Peppino si devono il recupero delle “carte” di Amarante, la conservazione di straordinari pezzi della memoria del movimento operaio salernitano e la loro pubblicazione.
La generosa militanza di Giuseppe Amarante e di Tommaso Biamonte parla della buona politica, del comunismo, del più grande mito politico del ‘900, della passione e della ragione di milioni di uomini. Il comunismo è finito, sconfitto dalla storia!
Tuttavia, la vita e la militanza di Peppino e Tommaso rinnovano la passione per grandi idee e permettono di riflettere su cos’è oggi la politica.
Oggi è difficile scoprire il senso alto della politica come strumento per il cambiamento e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle nostre
comunità.
La sinistra italiana, quella che c’è oggi, è ambidestra, postideologica, in qualche misura antipolitica, con retoriche narrative spesso nocive, incapace di impedire la rimozione, l’oscuramento, la cancellazione della memoria che impediscono di vedere la lacerazione dei diritti, la mortificazione della dignità, la negazione dei valori di umanità, di solidarietà, di accoglienza, di ogni tratto che rende un paese civile.
La cesura con l’appartenenza e la militanza del passato è netta!
Guardate ai Partiti oggi!: non più canali di collegamento tra società e istituzioni, ma strutture di potere autoreferenziali, Comitati Elettorali subalterni al leader del momento, ostaggi dei cacicchi locali, senza militanza, senza confronto sulle linee politiche, senza congressi nazionali, chiusi dentro i “cerchi magici”, senza tradizioni, radici, storia, cultura, con i simulacri del dibattito politico affidati al web, alla “conseguenza balzana di una politica malata”.
E il buio dei tempi di oggi, dell’impolitica, del declino morale e politico lascia intravedere solo le asprezze e le tortuosità della strada della risalita!

Fernando Argentino